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A quattro anni esatti dal lockdown calati di 834 euro in Emilia-Romagna, mentre anche l’occupazione non ha recuperato

L’inflazione annulla la ripartenza dei redditi delle famiglie, riportandoli in termini reali sotto i livelli prepandemia. È quanto emerge da elaborazioni sui redditi delle famiglie e sull’occupazione effettuate da CER e Ufficio Economico Confesercenti sulla base dei dati disponibili Istat, a quattro anni dall’annuncio del lockdown del 9 marzo 2020.

Tra il 2019 ed il 2023 il reddito medio reale annuo delle famiglie in Emilia-Romagna è infatti passato da 44.435 euro a 43.601 l’anno, ovvero 834 euro in meno (-1,9%). In Italia, al netto dell’inflazione, nel 2023 il reddito reale medio per famiglia è sceso di 254 euro (-0,7%) rispetto al 2019. Il calo del reddito medio rilevato a livello nazionale è la sintesi di tendenze territoriali molto diverse tra loro: per le famiglie di sette regioni, il bilancio è positivo.

Segno meno in regione anche sul fronte dell’occupazione: secondo lo studio Cer-Confesercenti in Emilia-Romagna si è passati dai circa 2 milioni 26mila lavoratori del 2019 ai 2 milioni e 13mila del 2023, pari a 13.500 occupati in meno (-0,7%). Anche in questo caso, il dato medio nazionale cela andamenti territoriali molto differenti tra loro: a livello nazionale il dato è cresciuto costantemente ogni anno, passando da 23,1 milioni a 23,5 milioni con un aumento netto di quasi 394mila occupati.

“La misurazione dei livelli di reddito ‘reali’ dei cittadini è essenziale per valutare non solo lo stato di salute, ma anche quello di ‘benessere’ della nostra economia – osserva Fabrizio Vagnini, presidente Confesercenti provinciale Rimini -. Sono i redditi reali a determinare la capacità di spesa delle famiglie, e i consumi contribuiscono per oltre il 58% alla formazione del nostro prodotto interno lordo”.

“Soprattutto in una fase come quella attuale, in cui fattori di perturbazione di origine globale rallentano il contributo di esportazioni e investimenti, lo sviluppo economico del nostro Paese non può prescindere dalla rivitalizzazione dei redditi e quindi dei consumi – continua -. Riteniamo importante iniziare a considerare già ora come reperire le risorse che consentano di rendere permanente la riduzione del cuneo contributivo. Sarebbe auspicabile anche un’accelerazione della riforma fiscale: necessario, in particolare, detassare gli aumenti retributivi. Un intervento che darebbe una mano alla contrattazione tra le parti sociali e permetterebbe alle famiglie di recuperare più velocemente il potere d’acquisto perso a causa dell’inflazione”.