Senza interventi immediati molte attività chiuderanno i battenti stritolate dal caro energia e materie prime

Tre anni equiparabili ad una guerra, ristori Covid dati senza criterio, sanzioni di guerra che provocheranno fallimenti a catena: o si pensa a un piano di salvataggio per le imprese italiane o  per il comparto produttivo  romagnolo – soprattutto per il settore turismo, oli & gas, moda, ortofrutta  e comunque verso ogni portare di interesse verso la Russia – sarà un vero disastro. Peraltro, proprio oggi il governo russo ha creato una lista di Paesi ostili tra cui figura anche l’Italia e a breve vedremo quali saranno le conseguenze (certamente negative) che discenderanno da questa inclusione  a partire dal fatto che i debiti contratti in valuta estera, compresi i titoli di Stato, possano essere saldati in rubli (che si svaluta a ritmi impressionanti ed è assai simile alla carta straccia); e la cosa non riguarda solo il debito pubblico russo ma anche i debiti contratti dalle imprese verso i loro fornitori.

La guerra tra Russia e Ucraina rischia di far collassare l’economia e le imprese italiane,  in molti casi, stanno producendo in perdita a causa di costi energetici insostenibili e che non è possibile scaricare integralmente sui listini di vendita. Dalle piastrelle di Sassuolo alle conserve alimentari e alla pasta del napoletano, dall’automotive abruzzese all’alimentare toscano, il rischio è che dopo la Pandemia il nostro Paese debba affrontare una crisi  derivante dal mix di caro energia-materie prime (solo nel 2022 spenderemo oltre 66 miliardi in più rispetto al 2021) e crollo delle esportazioni dovuto alla contrazione dei consumi che già sta dando i primi segnali nei mercati mondiali.

Il Centro Studi di Confindustria stima che il Paese di Putin rappresenti l’1,5% dell’export italiano di beni (rispetto al 2,7% fino al 2014, anno delle prime sanzioni a seguito dell’annessione della Crimea alla Russia), interessando oltre 11mila imprese e il 3% dell’import (5,2% prima del 2014). La meccanica rappresenta la principale voce dell’export italiano in Russia, con una quota pari al 40% del totale (3,9 miliardi di fatturato nel 2019) – a fronte di  12,6 miliardi di import, in particolare gas e materie prime. Dalla stessa analisi emerge che la Russia accoglie il 2,4% dello stock italiano di capitali investiti nel mondo che hanno realizzato 442 sussidiarie che occupano circa 34.700 addetti e producono un fatturato pari a 7,4 miliardi di euro, crescendo mediamente del 7,5% negli ultimi sei anni. Un peso molto più ridotto hanno i capitali russi investiti in Italia: appena lo 0,1% dello stock totale ricevuto dal nostro Paese. Le multinazionali russe rappresentano soltanto lo 0,3% delle multinazionali estere sul territorio nazionale e producono poco più dell’1% del fatturato, per un ammontare superiore agli 8 miliardi di euro. La guerra tra Russia e Ucraina e le relative sanzioni approvate dalla Commissione europea, rischiano di mettere il freno alla robusta ripartenza del Pil italiano, pari a oltre +10% nel biennio, dopo il quasi -9% del 2020, che riporterebbe la nostra economia sopra i livelli pre-crisi nella prima metà del 2022, in anticipo rispetto alle attese iniziali. Sebbene il recupero stia procedendo più spedito che altrove, il gap rispetto al pre-pandemia è, al momento, ancora più ampio di quello degli altri principali partner perché la caduta del 2020 in Italia è stata maggiore: nel secondo trimestre 2021 era del -3,8% sul quarto 2019, in Germania del -3,3%, in Francia del -3,2% mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto già il livello pre-crisi proprio nel secondo trimestre 2021.

Se si vuole salvare il sistema produttivo occorre che lo Stato intervenga subito. Il mix micidiale di rincaro delle materie prime, di costi energetici alle stesse e ora una guerra che inevitabilmente, da un punto di vista commerciale,  esce dai suoi confini geografici in cui finora, sta creando una situazione esplosiva. Molte imprese hanno qualche mese di vita se non si interviene in maniera strutturale almeno neutralizzando gli effetti di una bolletta energetica oggettivamente insostenibile.