L'applicazione di Airbnb (foto di repertorio)

La Corte di giustizia europea dà ragione al Comune di Parigi e  apre la strada anche ai comuni italiani

E’ legittimo per i governi nazionali, e a cascata per i le amministrazioni comunali, stabilire la necessità di una licenza che autorizzi gli affitti a breve e quindi anche le attività legate alla piattaforma Airbnb. Lo ha stabilito nei giorni scorsi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha giudicato legale e conforme al diritto dell’Unione Europea una norma del governo francese che riconosce a città e paesi il diritto di stabilire che gli affitti a breve termine siano soggetti ad apposita autorizzazione. In particolare, il provvedimento riguarda gli appartamenti che vengono proposti in locazione per brevi periodi attraverso internet, un fenomeno che oltre a provocare una carenza di alloggi per i residenti nel tempo ha anche creato problemi agli albergatori. Dalla sentenza della Corte di Giustizia potrebbero derivare conseguenze per i soggetti che gestiscono gli affitti a breve termine anche in altre città europee. E, in particolare, sono stati molto i sindaci italiani che avevano chiesto di poter disciplinare un fenomeno – sono circa 460 mila le case in locazione Airbnb – che sta cambiando la struttura “sociale” di tanti centri storici italiani rendendo di fatto molto difficile trovare case in affitto a medio-lungo termine.

Il caso esaminato

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha riguardato il caso di un monolocale proposto attraverso Airbnb. Sia il giudice del Tribunale di primo grado, sia la Corte d’appello di Parigi avevano sanzionato i due proprietari del monolocale per aver dato in locazione l’appartamento senza la necessaria autorizzazione e «in maniera reiterata». Anche la Corte di Giustizia ha giudicato illegale il modo in cui è stato gestito il servizio, chiarendo meglio i requisiti già espressi nella norma francese, e ha multato i proprietari per un totale di 40mila euro. Giudicando conforme al diritto europeo la legge francese sul tema, la Corte ha anche chiarito che «la lotta contro la scarsità di alloggi destinati alla locazione di lunga durata costituisce un motivo imperativo di interesse generale che giustifica una siffatta normativa».

L’impatto della pronuncia

Secondo la normativa sugli affitti del comune di Parigi e precedenti accordi presi con Airbnb, un proprietario può affittare una casa in cui è residente al massimo per 120 giorni all’anno, e ogni annuncio deve contenere un numero identificativo per permettere di controllare che un’abitazione non sia affittata per periodi più lunghi. E il comune aveva individuato oltre  un migliaio di annunci illegali, che potevano essere multati per 12.500 euro ciascuno. La lotta agli affitti brevi a Parigi nasce dal fatto – che si sta verificando anche in molte città italiane, specie in quelle a maggior vocazione turistica – che negli ultimi anni nella capitale francese oltre 20mila case, anziché essere messe sul mercato o destinate agli affitti lunghi sono state acquistate da persone che le impiegano per gli affitti brevi, facendone un business che ha creato, oltre a un generalizzato rialzo dei prezzi, notevoli problemi sia a chi vuole trovare una casa per viverci, sia agli albergatori.