Il regolamento antico

Nel testo si dettano le disposizioni contro la sofisticazione del vino

Recuperato, nell’archivio comunale di San Clemente, un documento, della seconda metà dell’Ottocento, nel quale si dettano le disposizioni contro la sofisticazione del vino. Un tema, quello del vino adulterato, ricorrente spesso nell’attualità: gli ultimi fatti di cronaca, dedicati al mercato non immune da “alterazioni”, “ritocchi” e “aggiustamenti”, sono storia recente.

Nel fascicolo riemerso dai faldoni, troviamo veri e propri dettami “obbligatori” attraverso cui il “Regolamento per la vigilanza igienica”, firmato dall’allora Sindaco Bartolini, siamo ai tempi del Regno d’Italia e più precisamente all’8 ottobre 1893, chiarisce cosa non è assolutamente lecito fare. A cominciare dall’articolo 42 che recita: “È proibita la vendita delle uve guaste o immature”. San Clemente ha una tradizione vitivinicola che affonda le proprie radici in epoca malatestiana (o forse addirittura antecedente). Non a caso il Vescovo Leale Malatesta, dal quale deriva il nome del borgo di Castelleale, già allora disponeva di possedimenti adatti alla coltivazione della vite e, la storia insegna, lui stesso si disponeva al controllo della vendemmia. La viticoltura è stata ed è ancora vanto del territorio in virtù della presenza di cantine e aziende riconosciute a livello nazionale e internazionale.

Tornando al nostro reperto, sono quattro gli articoli inseriti nel Regolamento e preposti a dare indicazioni molto precise e nette.  “È proibito vendere vino acido, amaro, avariato per notevole sapore di muffa ecc. ecc. I vini non conservabili, o poco, potranno essere messi in commercio solo dopo essere stati visitati”. “È vietato aggiungere ai vini i sali di bario, magnesio, piombo, la glicerina, l’alcol etilico impuro e le sostanze coloranti”. “È vietata la vendita di vini contenenti una quantità di solfati maggiore di quella di 2 grammi di solfato potassico”. “Non sarà permessa la vendita del vino nuovo prima del primo Ottobre”. “È un documento in ottimo stato di conservazione – commenta la Sindaca Mirna Cecchini – dal quale possiamo apprendere tanto in materia di vigilanza igienica e severità dei controlli. È l’evidenza del fatto che i tentativi di “camuffare” i vini per renderli più graditi al palato – o destinati al commercio – erano forse una brutta consuetudine dalla quale il Comune doveva difendere l’intera collettività. La testimonianza è certamente da valorizzare in previsione di qualche attività pubblica che leghi San Clemente al suo passato e al suo presente di paese del vino”.